venerdì 27 gennaio 2017

La memoria e l’oblio

Di cosa possiamo aver memoria? In genere, se non colpiti da demenza senile, di ciò che abbiamo vissuto in prima persona. Naturalmente non può bastare ma per millenni e in alcune popolazioni del pianeta è bastato e continua a bastare. Se non abbiamo esperienza diretta e personale l’unica via che possiamo percorrere per capire il mondo in cui viviamo è lo studio della Storia attraverso le scritture e le testimonianze altrui perchè se non si scrive di un fatto c’è il fondato rischio che il fatto semplicemente non esista.
La tragedia dell’olocausto è diventata tale dopo la fine della seconda guerra mondiale quando nell’aprile del 1945 le truppe russe e angloamericane cominciarono a varcare i cancelli dei campi di concentramento nazisti e, appresso ad esse, entrarono anche fotografi e cine operatori. Il giorno della memoria inizia ufficialmente lì. Ma è sbagliato è una menzogna, un comodo alibi.
I fatti erano precedenti e non vi era bisogno di alcuna memoria, solo di normale consapevolezza. I ragazzi tedeschi che oggi hanno 18-20 anni sono i figli di coloro che avevano la stessa età 5-6-7 anni dopo la caduta del nazismo. I padri di questi ultimi a loro volta erano nati da coiti avvenuti presumibilmente da coppie che negli anni trenta avevano raggiunto la maturità sessuale. Solo quella? Dove erano i nonni e le nonne della signora Merkel & co. all’epoca delle elezioni federali tedesche del luglio 1932? Vi parteciparono? Presumo che da bravi e disciplinati tedeschi lo fecero. Nessuno di essi è responsabile dell’aver fatto diventare i nazisti la seconda forza del Parlamento (Reichstag)? Io chiedo ai tedeschi di oggi di informarsi finalmente, di ricercare nelle pieghe della loro memoria dove fosse il loro seme Il 30 gennaio 1933 quando il presidente Paul von Hindenburg nominò Adolf Hitler Cancelliere della Germania. Le stesse domande dovrebbe porle l’Europa intera anche a noi che siamo usciti dal Fascismo e non sono quesiti da poco, dovrebbero bruciarci la pelle e farci chinare la testa. I nonni dei burocrati tedeschi, dei cittadini tedeschi, i padri che dopo il disastro bellico da essi provocato, ricostruirono in tempi record il loro paese, gli uomini che hanno fatto della Germania un pilastro ( anzi IL pilastro) della nuova Europa…tutti i 20 milioni circa di tedeschi che la notte del 27 febbraio 1933 videro bruciare il Palazzo del Reichstag o ne ebbero sicuramente notizia i giorni dopo, che seppero delle accuse contro Marinus van der Lubbe e dei fatti immediatamente conseguenti. I tedeschi che si trovarono sulle spalle il Decreto dell’incendio del Reichstag e le successive eliminazioni dei diritti democratici e civili da cui fisiologicamente scaturì nel marzo 1933, il Decreto con cui il Reichstag conferì poteri dittatoriali al cancelliere Adolf Hitler, dov’erano? Che facevano? Per chi votarono? La shoah anzi la soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage) iniziò lì, in quel periodo fino ad arrivare alla trionfalistica ufficializzazione congressuale della Conferenza di Wannsee del 1942. Io ripeto la domanda che tutti dovremmo fare: dov’erano i tedeschi allora?
Ogni cittadino tedesco negli anni tra il 1933 e il 1939 aveva almeno un paio di vicini ebrei:
la lattaia, il calzolaio, il commerciante di frutta e verdura, il professore di scuola, lo scienziato, la casalinga, il compagno/a di scuola, la cameriera, il cuoco/a, il manovratore del tram, la puttana e i suoi frequentatori……………
Tutto un mondo civile accanto al proprio, ed io ripeto la domanda: signori, quando in breve tempo avete visto scomparire questi cittadini che vi vivevano accanto, possibile che non vi siate posti nessun interrogativo? E’ mai possibile? Come è possibile! In quegli anni non avete mai visto stazionare nelle vostre stazioni un treno strano, blindato? Mai una voce, un gemito…mai un dubbio? Non avete mai osservato da lontano una zona come quella di Dachau ? E nessuna domanda vi è sorta spontanea? Nessuno dei vostri parenti militari o altro vi disse mai, magari di nascosto, che… Il mio giorno della memoria è un atto di accusa contro tutti coloro che pensarono e oggi ancora pensano di non essere coinvolti, di non avere e non aver avuto responsabilità perchè ” non c’erano”. Non è vero!
Voi c’eravate perchè c’erano i vostri padri e i padri dei vostri padri; sulla eliminazione delle vostre coscienze pavide è stato costruito il vostro benessere quello stesso che oggi ci sbattete in faccia con il tono dei professori cui dare conto dei nostri compiti. Conto di che? A chi? L’europa dopo il massacro della guerra avrebbe dovuto tenervi in quarantena per un secolo. I vostri padri, i vostri docenti avrebbero dovuto mettervi sotto il naso per decenni le foto orribili che i primi reporter scattarono entrando ad Auschwitz, Chełmno, Bełżec, Chełmno, Sobibór etc etc. Chissà se fin da allora avreste avuto la stessa arroganza etica di dire – ma noi che cosa centriamo? Perchè il problema vero di un giorno come questo non è quello di aver memoria, ricordare, ma di capire e avere la forza etica di dire, mettendosi la testa fra le mani, Dio mio cosa abbiamo fatto! Ed espiare a lungo senza dare lezioni a nessuno, tantomeno di economia politica e ordine sociale. Non v’è memoria senza conoscenza e non può esserci sapere senza analisi. Senza lo studio di quelli che furono le premesse ideologiche della superiorità della razza, senza la conoscenza della storia tra il 1919 e il 1945 in Europa non ha senso nessun giorno della memoria. Esiste un’etica profonda e generale che l’umanità sconfessa con vergognosa noncuranza, un termine di confronto che attraversa intere generazioni e che viene rimpallato tra di esse come una pietra incandescente: brucia tra le mani e fa male, meglio dimenticare e dire io non c’ero, io non ne ho colpa. E’ il sistema con il quale, nei decenni posteriori a quello orribile del secondo conflitto mondiale, milioni di esseri umani hanno “ricordato” la Shoah e dimenticato i Gulag, le prigioni dei vietcong, Guantanamo, le carceri cinesi o quelle turche e ad altri innumerevoli campi di concentramento senza svastica. Altro che giornata della memoria, non abbiamo altro che complesse operazioni di cancellazione radicale. Scrissi anni fa un post su questo stesso argomento, fu valutato positivamente ma non diceva nulla! Non serviva a nulla, come a nulla serviranno adesso le manifestazioni e i discorsi ufficiali; quel post è un guscio vuoto. Allo stesso modo è questa ridicola comunicazione tra sordi nella blogosfera, mielosa e ideologica ad oltranza e priva soprattutto di conoscenze storiche adeguate. Invece di leggere queste mie sciocchezze più o meno auliche, di complimentarsi più o meno dolorosamente tra noi ( o parte di noi) per la nostra coscienza rivoltata come un calzino per l’occasione, invece di ricordare la memoria, sarebbe più etico perdere un po’ di tempo e leggere …leggere dell’avvento del nazismo, dei suoi epigoni, delle sue basi ideologiche, delle dinamiche che portarono Adolf Hitler da piccolo e furioso politicante a unico profeta del terzo Reich passando attraverso il suo disgustoso Mein Kampf. Ma non siete stanchi di gusci vuoti? La giornata della memoria si onora studiando con attenzione come l’uomo si può trasformare in un escremento in divisa con buona pace di molti culi puliti e candidi.Non le si fa nessun buon servizio dicendo -orrore, mi dispiace, non accadrà più- Perchè accade, è accaduto sta accadendo e noi siamo coinvolti sempre. E la storia dei culi che bisogna studiare per evitare ulteriori “inconsapevoli” defecazioni. . Chiudete i blog e aprite un libro, anzi i libri.

venerdì 20 gennaio 2017

Una linea sottilissima e tenace

Andiamo con ordine, col mio ritmo evidentemente. Il primo incontro con la musica riguarda l’infanzia e il teatro alla Scala: il primo pensiero che in qualche modo costeggiava l’amore fu dedicato ad un giovane primo violino dell’orchestra che suonava il secondo per violino e orchestra di Brahms. Il sentiero è stato molto lungo ed io continuo a percorrerlo: vorrei sinceramente saper fare musica, mi sono accontentato di trasmetterla in radio ma lei è sempre lì intorno ed è per questo che i brani li abbino. Spesso scrivo un post perché prima ho sentito una musica e ho deciso che era “la musica”. E’ un fatto molto più personale delle righe del post, è una decisione intima e le parole le vanno appresso. Tutti quelli della mia generazione sono diventati dei macigni, i migliori delle pietre rotolanti e come tali destinati a schiantarsi giù in fondo; rotolando abbiamo attraversato quasi tutto l’attraversabile e di fatto ci siamo allontanati da ogni cosa.
Lo dico e la cosa finisce lì perché non ho niente da insegnare e francamente non mi pongo più il problema della consistenza del mio macigno ruvido. Cosa ho fatto negli ultimi 50 anni? Ho ascoltato Dylan per esempio “non hai mai capito che non era una cosa positiva non hai mai lasciato che altre persone si prendessero i calci destinati a te. Eri abituata ad andare a spasso sul cavallo cromato con il tuo diplomatico che portava sulla sua spalla un gatto siamese. Non è difficile scoprire che lui non è dove ha detto che sarebbe stato dopo che ha ottenuto da te tutto ciò che poteva rubarti “. Ma anche i Rolling e i Genesis e poi Faber e i Led Zeppelin. C’erano gli Who e Jimi e i Jefferson Airplane e tutti nostri cantautori. Mi illudo che cantino per me, che mi dicano -ehi stronzo non ti sei stancato di battere su una tastiera? Hai provato a raccontarci, a raccontarti?- Non ne sono sicuro, forse, tra una fuga e l’altra ma senza alcuna autoanalisi ormai, non qui e non adesso. Voi vedete spiragli? Io vedo spazi immensi e spesso vuoti di idee e di musica. Mi accendo una sigaretta e non mi domando più dove ho posato il mio fardello. È probabilmente a causa di ciò che sono insopportabile ma in fondo basta rispedirlo al mittente con la tassa a suo carico. Tu dici che tutto sta dentro l’ultima frase? Azz, sono nudo, il tempo si è contratto e poi dilatato e mi ha fregato: c’era una marea di roba lì dentro e adesso si è sparpagliata ovunque e dice a tutti quello che veramente sei: un clochard di lusso, uno di quelli cui si diceva – il tuo fondo schiena è stata una parte molto apprezzata nei suoi tempi migliori, non è vero? Le persone ti hanno chiamata, dicendo “Attenzione bambola, stai per arrivare al tramonto-
Sì è vero le musiche le abbino, mi piace ma in fondo non cambia poi nulla e la solitudine resta com’è, scritta o cantata non perde l’abito che le è proprio. Lei sta lì entra e esce da questo spazio o da altri: mi possiede. Certe volte penso che era già accanto a me quella sera di febbraio quando mi sedetti in sala e le luci del grande teatro pian piano di abbassarono per lasciare spazio all’orchestra. Iniziò da lì l’incantamento sottile e perpetuo che ha segnato la mia vita, un piccolo segno o una nota piccola, esitante ma già definita
—————————– UNA LINEA SOTTILISSIMA E TENACE———————————
che divide come un bisturi la mia vita: di qua e di la ma anche sotto e sopra. E’ un gioco maledetto perchè non ha un senso compiuto ( non adesso) non ha tempi definiti o prevedibili. Scambia le posizioni, inocula il presente nel passato e ne fa cosa nuova. Le scuse, i giudizi, le poesie, le parole, i segni, le lacrime, i sorrisi i miei amici e i miei sogni, le mie terribili irritazioni e la mia quieta malinconia di sempre, la linea attraversa tutto e se ne frega di me è sempre un passo davanti a me. So esattamente dove andrà a colpire, il mio corpo si sta preparando, non bisogna far altro che vivere.

venerdì 13 gennaio 2017

Speciale

La notte era speciale
Stanotte mi sei passata accanto.
Trascendi ogni mio controllo, mi dicevo,
posandoti le labbra sui lobi ancora umidi di pioggia.
Portare piano i capelli dietro le orecchie,
far scorrere il tuo fiato sul mio collo,
la violenza di quello che non dici;
tutta la notte ad aspettare
un saluto
a pensare che è tardi ora per pensare
per pensarti
per amarti persino.
Stanotte mi sei passata accanto.
Pioveva. E tu eri lì.

sabato 7 gennaio 2017

Ritorno in cammino

Un nuovo capitolo e ritorno in cammino, molte cose mi sembrano secondarie, forse inutili. Non incidono, non cambiano, fra un po’ di tempo saranno posate su qualche scaffale della mia vita ed io, passandoci davanti, le guarderò e le rigirerò fra le mani come testimonianze di deja vu pieni di polvere. Quante volte ho percorso questo stesso sentiero? Mi è sempre piaciuto attraversare i miei territori, osservarne i movimenti e controllarne gli attori. Con un certo distacco però, senza influenzarne troppo le dinamiche naturali. Là dietro c’è la mia infanzia protetta e felice, immemore dei casini futuri, e appresso l’adolescenza più inquieta che mai in un mondo che cambiava cento volte al giorno. Ora nessuna di queste due cose mi fa male, ora stanno lì, allegre o furibonde, belle a vedersi ma concluse in se stesse… molti altri frammenti di vita hanno avuto lo stesso destino, dopo la nascita e lo sviluppo non sono morti ma girano su se stessi cristallizzati.
C’è anche Enzo blogger fra di essi, e ci siete voi, tutti, nessun escluso, anche quelli che cancello ogni mattina per la loro proterva stupidità. Tutti. Ma il territorio è molto vasto ed io comincio a stancarmi di fare l’imperatore a cavallo senza cavallo. C’è poi un sentiero segreto che porta ad un’altura, una specie di poggio elevato e solitario: arrivato là mi fermo a guardare e mi commuovo, sì questa è la sensazione evidente. Tutto quello spazio immenso davanti a me mi fa sentire piccolo ma ricco. Per quei cieli passano sereni i volti e i cuori di quello che ho amato di più nella mia vita. Sono tutti lì, non se ne sono mai andati, mi rappresentano ed io con loro sono ancora vivo. Non ho più la forza di correre incontro a loro, sarà il pudore, un certo innato scetticismo che lotta ogni giorno con il senso romantico e idealista della mia vita, ma preferisco osservarli da qui. Mi sembra di sciuparli di meno i miei sogni, di coglierne il profumo vero, quello che nessuno potrà mai descrivere o inficiare. C’è uno spazio aperto e, al di là di esso, altri territori che un giorno di molto tempo fa osservai da vicino: imparai che si trapassa da una stagione all’altra e che questo guscio che ho, cui sono così affezionato, dovrò lasciarlo per un altro e un altro ancora. Il bello è che per una inspiegabile magia ci scordiamo di essere esistiti in un certo modo appena entriamo in confidenza con la nuova situazione e quindi tutto ci appare vergine e misterioso. Ora no, ora sono ficcato dentro quest’abito da Enzo con i suoi pensieri e i suoi amori perduti, ora sono dentro questo blog che tra qualche istante sarà corroso dalla benevolenza, dalla curiosità o dal livore incoercibile di qualche passante.