mercoledì 29 marzo 2017

Sirene, non cantano solo per me.

So benissimo che c’è un prezzo da pagare per prostituire il proprio pensiero scritto ad una qualsivoglia rendita economica. Scrivere mi piace, tanto, è la mia unica grande liberazione, se la vendo muore: non subito magari ma prima o poi morirà. Le sirene lo sanno e continuano a cantare. Qui sui blog viviamo un’esistenza parallela riuscendo a rovinarci anche quella, è il segno inequivocabile della stupidità umana, della nostra comune impotenza di fronte a situazioni che nascono diritte e proseguono deformate dai nostri fantasmi. Io continuo a scrivere, non mi importa se e quanto virtuale sia questo gesto e i suoi diretti prodotti, ho imparato una sola chiara lezione finora. Una piccola banale cosa che la vita tempo fa mi ha buttato in faccia: conviene viverla facendo finta seriamente di niente, glissando sugli ostacoli nell’immediato, evitando di erigere altari per divinità transitorie che se ne fregano dei nostri sacrifici. Ci siamo inventati immagini complesse, abbiamo infuso vita artificiale ad ectoplasmi e li abbiamo chiamati veri; adesso i nostri giorni ne sono pieni e le larve si muovono come se fossero autonome. Parliamo e discutiamo con essi con la fittizia sicumera di aver davanti interlocutori reali; da questo ne conseguono esaltazioni e rancori che quasi subito dimenticano la loro origine virtuale, si fanno designare come veri ed invece sono soltanto riflessi di un riflesso. Mascheriamo il niente e lo trucchiamo da primo attore, il resto della compagnia l’abbiamo licenziata. Io scrivo come se tutti i miei fantasmi avessero vita vera, le maschere che porto mi illudo di averle costruite io: ho una password, una tastiera e il sipario si è già alzato. Scrivo “come se”, vivo allo stesso modo. L’orgoglio mi pesa. Lo tengo a distanza ma lui si avvicina e, a volte, mi morde con sorprendente ferocia. La mitezza non è mai stata il mio forte, tengo duro, cerco di dimenticare, prego Dio tutti i giorni di farmi dimenticare, di darmi il dolce assenzio dell’oblio ma non vengo ascoltato. E’ la mia pena costante.

martedì 21 marzo 2017

Amori perduti

Amori perduti è un termine che mi insegue da tanto. Dentro l’amore quello vero vero c’è il senso di una perdita, di uno smarrimento profondo: se non ti perdi non è quel tipo di sentimento, può essere cento altre cose, tutte rispettabili, ma non quella cosa. Se ami sei perso per sempre, anche se tu poi non ami più o lei ti lascia, non conta. Conta il senso di una magia che non c’è più, che ti faceva fare e vivere in modo diverso. Diverso come? Diverso! Diverso camminare, respirare, mangiare o non mangiare, guardare un film o stare per i fatti propri ( si può anche da innamorati) e fare l’amore. Quello per la verità è un capitolo a parte, capitolo difficile. Se ami non fai l’amore, ce l’hai dentro e lo tiri fuori, non ti vedi mentre lo fai e quindi non hai nessuna pruriginosa fantasia sessuale, non c’è sesso nell’amore ma solo sviluppi trascendentali di una nobiltà eterna che hai come patrimonio da spendere. E lo spendi male, sempre. Io parlo per me, che di voi non m’importa in questo frangente: non so come fate l’amore o come lo disfate, non mi interessa adesso mentre scrivo, se penso a voi scriverei altre cose e sarebbero sciocchezze false, io devo pensare a me, solo a me se voglio dire stupidaggini sincere. Il concetto di piacere sessuale sta stretto dentro il mio amore: prima no, prima ci stava benissimo ma era un’ipotesi. Ho amato due volte in tutta la mia vita, la seconda volta è stata dura perchè la prima ferita era stata profondissima. Ci Ho riprovato e la chimica era perfetta. dai tacchi ai capelli, dal modo di camminare a quello di fare sbattere i denti mentre ci baciavamo ed eravamo persi, dal senso di vuoto peneumatico all’inguine che friggeva di piacere. Non mancava niente finchè lei non si è guardata e non si è sentita diversa ( mi disse così) e da amore divenne solo amica confidente, sostegno psicologico. Non c’è niente di più castrante del sostegno psicologico per un uomo… vieni tesoruccio che sei triste, quanto sei triste e pensoso, vieni che ti faccio scopare che così poi stai meglio, io non ne avrei bisogno però ti sono vicina, ti aiuto, ti amo ( forse adesso ti voglio solo bene) ma tu stai tranquillo, uomo, entra che ti accolgo, un caffè ? Vuoi parlare prima? Certo che se facevi diversamente, se producevi di più, se quella volta stavi zitto e quell’altra invece parlavi, se avessimo, se fossimo…ma non siamo. Però vedo che tu sei scemo come il 99% dei maschi e non te ne sei reso conto ancora; vabbè aspetterò che capiti l’occasione giusta e poi si vedrà. Non ci sono tante chances per l’amore, una o due e poi stop, poi solo i ricordi su una pagina, un post sugli amori perduti che vagano là in alto come personaggi in cerca di autore e non ne avrebbero bisogno. Qua in basso restano solo le conseguenze della perdita: un vuoto secco di anima, un disperato tentativo di far finta di niente. E le mani vuote senza più magia in attesa che venga il tempo giusto per poterne parlare in modo appropriato perchè l’amore alla fine è un patrimonio stupendo che resta come resti tu. Bellissimo e innamoratissimo un attimo prima del crollo di un’epoca, ma se giri la moviola al contrario e spacchi un fusibile diventa tutto un lunghissimo rallenty e lì dentro le donne sono di uno splendore assoluto e tu perfetto con loro in quel trailer. Spero che voi siate innamorati. Io non più.

mercoledì 15 marzo 2017

Rosa

Rosa 

Nacque sorpresa 

dalla sua stessa fragranza 

si volse alla grazia che trovò 

leggera 

e si disse sogno 

colore immutabile 

di un amore 

di la da venire.

venerdì 10 marzo 2017

La comunicazione fallace

Quando scrivo o leggo, le righe sono qualcosa di vivo e reale, sono un’avventura che ti attraversa e infine, come l’amore, le amicizie, i dolori e gli affetti, come ogni cosa ti logora e ti stanca. In realtà la colpa è mia perché vedo e immagino ciò che è scritto come inattaccabile, allo stesso modo in cui sogno e vorrei che fossero certi sentimenti: non toccati dalla miseria della vita che ci segue passo passo anche se, a ben vedere, è proprio tale condizione spesso ad essere il loro nutrimento. Voi non potete immaginare quanto siano luminosi i miei sogni ad occhi aperti: diventano una specie di oasi, un “porto franco” che mi difende da tutto e tutti. Nella mia stanchezza il porto è la solitudine e, al tempo stesso, la necessità di difenderla perché resta l’unico modo di proteggere il mio diritto alla individualità. Complicato? Eccessivo? Di fatto sempre più spesso non mi riconosco, nemmeno nella comunicazione che tento di avere col resto del mondo; io so perfettamente che chi scrive ha un solo modo per sapere se ci sia altro al di là della sua visione : avere un lettore, un lettore che lo estragga dalla moltitudine della solitudine e gli renda concreta la sua individualità. Ed è appunto qui che crolla tutto il mio castello di belle idee: io non mi adeguo e non capisco. Si può continuare ad esistere pur senza riconoscersi nel territorio dove vivi? Se sai per certo e assoluto che è la terra che gira intorno al sole come fai a vivere dentro una girandola di opinioni geocentriche? Così trasferisco nell’anticamera dell’opinabile concetti digeriti decine di volte e mi impongo di andare a leggere breviari di altre religioni. Mi piace conoscere nuove cose, nuove persone. Amo tutto questo, me ne innamoro e lo amo profondamente… ma non amo le tendenze, le mode costruite per far passare il tempo: mi sento relativamente a mio agio solo fra quelle che per un motivo o per un altro conosco da tempo. In realtà comunico con una certa difficoltà (non prendetela per una bestemmia!) e solo con chi è abituato al difetto di questo mio lento modo d’ascolto e fondamentalmente se ne frega di apparire ad ogni costo. Penso sempre che se è indulgente con me lo sarà anche con la vita e col prossimo… ma anche questa è una cosa a metà vista la scarsa sopportazione che ho con me stesso. Però vi chiedo e mi chiedo: dovrei rinunciare alla mia visione delle cose solo perchè è più scomoda e meno “adeguata” ai tempi, perché i miei interrogativi e la mia storia sono scritti altrove? Io arranco quotidianamente dietro le contraddizioni della mia esistenza e del mio scrivere, dietro la solitudine che non è né brutta né bella ma solo una mantide.
Una creatura che si nutre di ciò che gli è simile, ma che, per vivere, deve trasformarlo in altro e quest’altro in qualche modo mi sfugge, ed è così che scrivere assume la stessa ambiguità di una solitudine in cui non si è più se stessi.E questo è proprio il massimo della beffa. Ho la malinconia del fallimento, anche ora in questo momento ma continuerò a cercare: invidio la sicurezza di alcuni di voi, la fede incrollabile. Per me raccontare e raccontarmi è un sentimento delicato. A volte ho paura di sciuparlo.