sabato 27 maggio 2017

Via Dante, il mondo dietro un cancello

La stanza di casa mia era ombrosa, mi piaceva riconoscerla: la poltrona accoglieva il mio corpo come solo un mobile di famiglia può fare. Sembrava il saluto di un vecchio amico. Nulla era fuori posto, sarebbe stato incredibile il contrario; ma io non provavo alcun conforto. Ero lì e basta, a guardarmi in faccia e a non riconoscermi. Nella libreria alcuni volumi, più consunti di altri, parlavano delle mie letture più assidue: Pirandello, Stendhal, Quasimodo…e il secondo volume della storia delle civiltà del Durant, splendido come sempre nella sua brossura dorata. Davanti al mobile in noce, imponente, la poltrona in velluto verde sulla quale ero seduto e, a lato, la lampada a stelo a forma di calice, uno dei pochi acquisti bizzarri di mio padre. Nel silenzio placido delle cose familiari sentivo le innumerevoli ore trascorse ad inseguire i miei sogni segreti. Tutti quei libri di fronte a me sembravano un folto pubblico assiepato nell’arena della mia vita. Essi avevano già chiaramente espresso la loro opinione: ero certamente un idiota.
La sensazione di vuoto mi isolò e mi protesse per un tempo indefinito e così quell’anno, giunto quasi alla fine, potè defilarsi senza ulteriori scossoni. Masticavo le giornate lentamente, ma esse erano prive di gusto: grossi ciotoli levigati tutti uguali gli uni agli altri, rotolavano tra la libreria e le strade di Palermo. Io non ero più il turista di lusso a tempo pieno di sei anni prima, ero diventato piuttosto un poveraccio affamato, costretto a guardare il banchetto della vita da dietro un vetro spesso: le esistenze altrui. Nessun rumore, nessun profumo… ai miei sensi non giungeva più niente e tutto quel movimento che osservavo, privato delle sue note caratteristiche, sembrava un turbinio senza senso. Sapevo cosa facevo e dove mi trovavo: il bagaglio storico e personale dei luoghi che attraversavo mi era ancora perfettamente noto, ma io non lasciavo traccia di me stesso nel mio animo. Ero diventato un libro stucchevole riletto senza voglia. Le rare volte in cui ponevo attenzione alla mia condizione esistenziale, quelle dove non arrivava l’onda del grande sonno, la mia spinta vitale non superava un cupo fatalismo e una rabbia sorda e inutile. Fu una fortuna che la dolcissima primavera siciliana fosse indenne alle mie elucubrazioni crepuscolari e passasse , affascinante, sopra il mio pietismo stolto e grigio.

Cominciò a sfogliare il libro che custodiva l’inventario perfetto delle emozioni senza tempo, mise dentro i miei occhi il blu antico delle sere sopra i palazzi barocchi, dentro le mie orecchie la commozione infinita d’una musica che non aveva mai cessato di suonare e, una sera d’aprile, mi portò in Via Dante per abbandonarmi da solo con i miei pensieri dinanzi al grande cancello di Villa Malfitano. Non era ancora buio, mi trovavo in quella “terra di nessuno” in cui la luce era sufficiente a definire i contorni delle cose ma inadeguata per distinguere con certezza il giardino al di là delle sbarre nere. Così vedevo l’oleandro accanto alla casa del custode, ma non riuscivo a distinguerne il colore. L’edificio principale, lo sapevo, era completamente nascosto dalla massa arborea del giardino e si trovava alla fine del viale di ghiaia bianca che iniziava ai miei piedi e spariva, dopo una curva, a trenta metri dal cancello. Il rumore delle auto alle mie spalle era in perfetta sintonia con la mia città fine anni ’70, distonica e volgare, che mi blaterava alle spalle. Fu il fastidio d’ascoltarla che mi spinse a cercare rifugio mentale nella penombra elegante e leggera di quest’altra Palermo, sparita cinquant’anni prima dentro un giardino. E’ impossibile conoscere con certezza il funzionamento dei meccanismi della vita, anche se è la tua, ma quella sera mi riappropriai di me stesso, dei miei sentimenti e, con gioia, finalmente mi sentii male.
La vecchia signora Whitaker uscì dal suo ritratto ad olio posto all’inizio della grande scala che portava al piano superiore della villa. Disse qualcosa alla sorella dentro l’altro quadro assorta in chissà quali pensieri e poi attraversò il giardino passando sotto la volta verde del gigantesco ficus per introdurmi a casa. Mi sembrò un’eccessiva confidenza per uno sconosciuto come me, forse uno scambio di persona? Mi chiese solamente di chiudere gli occhi… una visita personale e discreta per una dimora solitaria e impossibile. Mobili e oggetti fine secolo, vetrine, tende, lampade… un gusto squisito. Ritratti ovunque: amici, parenti, aristocratici, regnanti, letterati, musicisti, molti autografi. Ottime frequentazioni Madame, vedo che conosceva i Florio, i Mazzarino, prefetti, cardinali e ministri. Alle pareti tele dell’ottocento siciliano che non avrebbero sfigurato in un museo e alcuni grandi arazzi che potevano essere appesi solo qui. Percorsi il lungo e silenzioso corridoio centrale e mi fermai davanti ai due grandi uccelli di bronzo, alti più di due metri con una lanterna pendente dal lungo becco da trampolieri… più in là alcuni notevoli vasi cinesi di qualche antica dinastia e due statue in porcellana raffiguranti una coppia di elefanti indiani. A destra e a sinistra doppie porte imbottite di cuoio per accedere a salotti in stile, sale da conversazione, stanze da pranzo e da biliardo, salone da ballo. Un’immensa e dorata prigione per la vecchia signora Delia e i suoi ricordi d’inizio secolo. Annusai a fondo l’impalpabile malinconia delle vite altrui e dei sogni dimenticati nelle varie stanze, sospesi nell’attesa di voci che non sarebbero mai tornate. C’era una sottile, garbata ironia in questa sospensione infinita: essa aveva evitato alla villa e al suo contenuto di diventare un insieme di triste, lussuoso ciarpame. Delia Whitaker non mi offrì il tè essendo morta cinque anni prima e nessun altro poteva farlo in sua vece. Villa Malfitano era vuota e silenziosa: non ero io l’ospite atteso, appartenevo ad una società e ad una città troppo diverse. La signora tornò, dignitosamente, dentro il suo grande ritratto ad olio e riprese l’infinita conversazione con Norina, la sorella. Io rimasi a guardarle a lungo, compresi e me n’andai in silenzio evitando, per fortuna, di piangermi addosso. A casa mi attendeva la poltrona in velluto verde davanti alla libreria… e un ultimo viaggio da compiere.

mercoledì 24 maggio 2017

Foeminae

Tutti si dicono slegati e infastiditi dalle ricorrenze “per forza”, dalle feste inutili e convenzionali che non ossequiano e non premiano altri che i ristoratori o i fiorai: vale per la festa del papà e per quella della mamma, vale ancora di più per quella delle donne. In Sicilia ho capito alcune cose importanti e altre le ho definitivamente eliminate dal mio bagaglio esistenziale. Le idee e le sensazioni cresciute con me negli anni dell’adolescenza in sella ai pedali di una bicicletta tra i filari di pioppi della bassa padana sono diventate forti e chiare dopo aver riattraversato lo stretto. Ho amato, profondamente e senza alcun ricambio: è l’unico modo per diventare uomini. Comprendere ad un certo punto della propria esistenza che ognuno è solo e che la fragranza di una donna è solo un meraviglioso dono fugace e non prevede appartenenze di sorta. Una ragazza è solo sua, mai apparterrà a nessuno: il legame sessuale è solo una parentesi che ha un senso in una dimensione di libertà. Le donne non ci appartengono perché dividono un coito con noi, questa è un’idea che dalle mie parti è giunta tardi ostacolata dai profumi d’oriente. Le donne SONO l’umanità, il tramite unico per il nostro restare su questo pianeta, il nostro unico futuro biologico; fuori da questo contesto non hanno sesso e restano esseri come tutti, intelligenti o stupidi, interlocutori reali, squisiti archetipi a volte di quanto di più alto e nobile l’umanità possieda e insieme assioma funesto di bassezze e crudeltà senza fine.
Esseri umani con diritti e doveri come tutti dovremmo averne. Le curve sinuose con cui esse disegnano il loro cammino sulle nostre strade sono una provocazione continua alla nostra intelligenza mal costruita, l’occasione, spesso fallita per molti di noi, per superare d’intuito l’aspetto esteriore delle cose e amare veramente l’essenza. Le donne sono una magia che di volta in volta molti di noi sciupano accontentandosi di mediocri spettacoli di prestigio: in verità temiamo il grande incantamento e il senso di perdizione che esso porta con sé. Così stupriamo invece di amare, limitiamo invece di liberare, ci comportiamo da maschi e abbiamo solo femmine mentre dovremmo essere uomini e confrontarci con le donne. Pensavo queste cose confusamente a sedici anni dentro un liceo o passeggiando in piazza del Duomo a Milano, sono diventate chiare con un diamante ormai volgendo lo sguardo sul golfo di Palermo in un giorno d’inverno, attendendo l’ennesima primavera.

sabato 20 maggio 2017

Vi guardo

Lesse si compiacque e si voltò di lato: l’imbarazzo rientrò in lui e gli regalò quel silenzio in cui le altre parole, quelle che non si scrivono, ci guardano e amorevolmente ci guidano…un sogno perfetto. Mi commuovo come uno sciocco, le emozioni mi attraversano da parte a parte, mi commuovo fino alle lacrime per la bellezza feroce del mondo e per lo spreco indicibile che ne facciamo. Non c’è cosa tra le molteplici che la sintassi esistenziale dell’uomo ha creato che non mi entri dentro fino al midollo dell’animo e non lo scompagini.
I miei sogni navigano attraverso le lacrime, affondano nella mia disperazione, tendo le mani e trovo solo il vuoto: non riuscirò a tenere le mie illusioni accanto a me. Il loro scintillio è ingannevole ma io mi commuovo lo stesso. Inutile a me stesso, scrivo da anni come vivo con il senso di una fine annunciata e mi commuovo per un quadro, una sinfonia, un’aria di Puccini o una poesia di Sylvia Plath, basta un cenno, il sorriso di un bambino, il passo aggraziato di una donna, il profilo di un golfo, il silenzio infinito del mare. Se non lascio scorrere le lacrime esse vincono ugualmente gli indugi e mi costringono ad un riserbo sociale continuo. I miei blog erano un sogno perfetto, il mio, vorrei restassero tali, inutili ma sinceri come chi lo ha partoriti. Chi mi è stato accanto non ha percepito che una piccola parte del mio sogno, forse non è possibile fare diversamente amore mio, quando scende la sera bisogna chinare la testa .
Commuoversi è esclusivamente un bisogno personale.

lunedì 15 maggio 2017

Neutroni e neutrini

“Iddu si chiamava Tommaso, lo chiamavanu l’omu cani ma con i cani non aveva niente a che spartiri, anzi… Io durante la guerra ero alla contraerea, messo lì davanti a un cannone a difesa del porto che non faceva paura a nessuno. Tommasino spuntava spesso di sira e parlavamo, parlavamo per ore; ma non erano le solite chiacchere tanto per diriqualchifissaria, era ‘na cosa diversa e spiciali. Iddu fumava assai e se gli regalavo un pacchetto di sigaretti era capace di stari a cuntare storie incredibili pi’ tutta la nuttata. Doppu ‘na mezz’orata spuntava qualchiautrucristianu e restavamo tutti incantati a sintilloparrari di scienza, di fisica, di strane leggi che governavano la materia e l’universo. Altro che cani e pirocchi, senti ammia, chiddu uno scienziato era; in città lo sapevano tutti quanto era bravo in matematica e picciotti ne aiutò parecchi per gli esami di scola. Una sera’ doppu qualche bicchieri suvecchio, ci confessò che il suo vero nome non era Tommaso, che si era laureato in fisica e che era scappato per paura…paura di cosa? Non ce lo disse mai. Sul bastone portava incisa una data 5 agosto 1906.” 

Tommaso Lipari, o chiunque altro fosse, morì a Mazara nel 1973; il funerale credo sia stato il più fastoso che mai un barbone abbia avuto. C’era tutta la cittadinanza, le autorità e un mare di gente venuta da “fuori”. L’estate successiva il caldo era lo stesso e le stelle pure: nessuno mi raccontò più storie fantastiche di scienziati in incognito inseguiti da incubi lontani. Qualche anno dopo da qualche parte su un quotidiano venne fuori l’ipotesi fantasiosa che l’uomo cane che vidi camminare per le strade di Mazara era il fisico catanese Ettore Majorana… Storie, solo storie, buone per riempire la testa di ragazzetti che nulla sapevano di atomi, elettroni e neutrini. Adesso capite che terra matta è quella dove sono nato? Quanto il mistero, la magia, la morte e la vita giochino sul suo scacchiere? L’AMORE infine stravolge tutto, scombina le carte, la fisica delle particelle da cui sei composto. Ti illumina di un’energia nuova: non puoi prevederlo prima ma essa ti distruggerà.

martedì 9 maggio 2017

Serenità

Conosco solo due strade per sorvolare il mondo ed evitare la rassegnazione di esistere: la musica e la poesia, non c’è altro credetemi. Per ogni parola detta in versi c’è un universo in anticipo sui nostri sogni più vasti. Io so perfettamente che non mi si può commentare, o che è molto difficile farlo, conosco quel tipo di imbarazzo, è simile al primo amore che trasfigura l’esistenza di ogni essere umano: per molti anni ho convissuto con il suo sapore in bocca. In rete il problema può solo ingigantirsi. Ma adesso non c’è più tempo c’è solo una fretta decisa prima dell’ultimo salto. Quindi scriverò ancora e saranno versi, quelli miei, raccolti da un tempo distante o da stagioni più mature. Non l’ho deciso oggi ma un giorno di maggio del 1980 quando presi una penna e ebbi la sfacciata colpa di scrivere così:


Uscito sulla sera ad incontrare il senso
del mio giorno di vita
ho trovato solo contraddizioni
e un grande amore
ogni volta una dura prova per la mia
modestia.
Forse un giorno riuscirò a stringere
la mano
di quella viaggiatrice fugace
e solitaria
che sfiora tutte le sere casa mia:
serenità.

sabato 6 maggio 2017

Das Kapital e l’ortografia

All’età di 18 anni non avevo alcun dubbio: era il Capitale di Marx la vera strada e la vera novità in campo economico e sociale. Tra i due estremi liberalismo e marxismo aveva chiaramente scelto il secondo; a quell’età non ci sono mai mezze misure e anche ora è lo stesso. Tutto il territorio intermedio era territorio di conquista, inutile e vuoto, un terreno vastissimo e deserto da mettere a frutto con un’opera ferma di convincimento e, se necessario, di un buon numero di bastonate. Semplice, lineare, doloroso sempre. Ma noi eravamo eroi, vittime che si ribellavano a tutto e a tutti: non c’era tempo per analisi approfondite (soprattutto se potevano evidenziare qualche pecca o crepa nei nostri convincimenti). Quindi erano i soldi, l’economia a far girare il mondo, l’uomo era mosso esclusivamente dal denaro anche quando era convinto di possedere altri stimoli. Il vecchio professore di italiano e storia tentava di raccontarci di re e dinastie, guerre e confini superati o interrotti: io al massimo ma in segreto potevo pensare a qualche figura femminile… alla Elena di Troia per intenderci. In realtà la mia generazione era certa che si trattasse solo di palesi menzogne: si combatteva e si moriva per denaro o per le sue fonti. Anche gli ideali più alti e ampi si reggevano su quel presupposto, se volevi cambiare il mondo, se volevi liberare l’uomo dovevi agire sulle leve economiche delle società. Non avevo nessun motivo reale per pensarla diversamente ma avevo un grosso difetto, leggevo Dostoevskij “Io sono un sognatore, e ho vissuto talmente poco la vita reale che non posso ripetere nei sogni dei momenti come questi. Voi sarete nei miei sogni, per tutta la notte, tutta la settimana, tutto l’anno”(Dostoevskij – Le notti bianche). E lì il denaro contava meno! A ventanni la mia fede marxista aveva subito un duro colpo proprio nell’ambiente che frequentavo: c’entrava una ragazza (c’entrano sempre) e la sua vagina ideologicamente avanzata; da quella ero poi passato ad una revisione critica delle posizioni politiche del movimento. Insomma non ero più un fervente e cieco compagno ma quella prima idea sul Capitale di Marx era ancora profondamente valida per me: i soldi c’entrano sempre… le donne pure.
E’ impossibile spiegare seriamente dove va a spiaggiarsi la mente e la fede di un uomo come me, ci sono troppe rotte e nessuna di esse domina le altre per un tempo sufficientemente lungo. Probabilmente una parte di colpa l’aveva avuta Dylan “Una poesia è una persona nuda.” perché io con la poesia non ho scherzato mai, ma c’erano pesanti responsabilità anche nella cultura in senso lato: già allora credevo alla mancanza di veri confini per la mente e il sapere. Nelle assemblee di allora come nei blog di oggi ho sempre pensato che tutti i campi dello scibile umano siano degni e importanti, dalla teologia alla fisica, dalla matematica alla giurisprudenza, dalla storia alla sociologia ma al fondo di tutto restiamo esseri umani, schifosissimi e bellissimi esseri umani. Non scriviamo solo perché ci piace o ci conviene, non lottiamo solo perché ci ha convinto qualcuno/a, non agiamo sempre e comunque secondo l’assioma stampato nel 1867, ci hanno ingannato anche in quel caso, c’è dell’altro. C’è la poesia,la bellezza, il romanticismo, l’amore e il senso di vuoto davanti ad una ragazza nuda e fremente, le cose che ci tengono in vita sono queste. Più nascoste, apparentemente più banali e scontate, ma che lavorano continuamente su un piano che non troveremo mai né su un testo di Bentham né su uno di Engels. Sono trascorsi tanti anni e l’unica cosa che riesco a organizzare nella mia mente è la rivincita della poesia umana sul falso lirismo dei conti e delle cifre; questa dicotomia esiste è innegabile quanto l’opera di lavaggio mentale effettuata sui nostri convincimenti. Ci sarà sempre un mercato più esteso del nostro mercatino rionale che detterà i prezzi e le scelte economiche al nostro posto: mandarlo a quel paese è un atto politico o di poesia? Pretendere di organizzare la nostra convivenza secondo i dettati contrari all’attuale macelleria sociale è gesto politico oppure etico? Fregarsene delle necessità dei mercati globali e tornare alle nostre dimensioni vere è la vera rivoluzione: se una cosa ho imparato in quegli anni lontani e su quei libroni ammuffiti è che non c’è nulla che si muove se non spinto dall’idea che non siamo fatti solo di numeri e etichette ma impastati da un’ortografia artigianale e “sconveniente”. L’unica con cui possiamo scrivere.

lunedì 1 maggio 2017

La causa vera

Vorrei dire “sembra incredibile” ma non posso perchè è credibilissimo. Sono in fase di sopravvivenza e l’ho affidata a questo spazio: no, non tutta ma in buona parte sì. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Aspettare, è ciò che dovrei fare in questo periodo di presunte agonie e inevitabili condoglianze. Non so farlo, non nel modo tradizionale: io aspetto superando le mie emozioni per vederle da un’altra prospettiva. La causa vera di questo blog è questa, avrà un senso finchè ci sarà la spinta mia personale e dentro le voci che ho iniziato a frequentare in rete. Ho un istinto maledetto e analitico che mi porta via e mi disperde in mille rivoli mentali e in mille attenzioni ineludibili: sembrano tutte fondamentali quasi che tralasciarle significhi, ipso facto, perderle per sempre.
Non è così che va il mondo, a volte ritornano più vere e definite di prima, altre scompaiono nell’acqua indistinta dove non è possibile dare loro adeguata sepoltura. In questo caso aspetto: mi dico che ho ancora tempo davanti, lungo e aperto quanto quello già lasciato alle spalle.
Si vive di incredibili menzogne. Oppure si muore.